4. Storia dell’Economia (David Ricardo)

David Ricardo

David Ricardo (Photo credit: Wikipedia)

David Ricardo (1772-1823) fu un economista britannico.

Con la pubblicazione dei Principles of Political Economy and Taxation (1817; Principi dell’economia politica e delle imposte), divenne il più significativo rappresentante della scuola classica. I suoi contributi alla teoria economica sono innumerevoli: fu il primo a parlare di rendita, si interessò di incidenza dell’imposta e della sua sostituibilità con l’emissione di titoli del debito pubblico (Equivalenza ricardiana), perfezionò la teoria del valore-lavoro. La sua teoria dei costi comparati, inoltre, costituisce tuttora una delle analisi fondamentali del funzionamento del commercio internazionale.

L’equivalenza ricardiana (nota anche come equivalenza di Barro-Ricardo) è una teoria economica che suggerisce come la scelta di finanziare una spesa pubblica tramite il debito pubblico oppure tramite l’imposizione fiscale non modifichi la domanda corrente. Secondo il teorema di Ricardo il finanziamento di una spesa pubblica tramite tasse equivale al finanziamento della stessa tramite la vendita dei titoli pubblici. Con tale conclusione Ricardo contraddisse quanti sostenevano che l’onere dell’imposta straordinaria veniva sopportato nel momento in cui la stessa era istituita, mentre l’onere del debito pubblico, costituito dal pagamento delle imposte necessarie per il servizio del debito stesso, veniva trasferito alle generazioni future.
Era stata prima proposta e poi rifiutata dall’economista Ricardo, in quanto egli stesso non era sicuro di tale teorema.

I suoi scritti sono fortemente ispirati dai temi politici e sociali oggetto di dibattito nei suoi anni. In particolare, Ricardo aspira a fornire una base scientifica che possa essere usata per sostenere la sua battaglia a favore dell’abolizione dei dazi sull’importazione di merci agricole ed a favore della tassazione delle rendite terriere. Nel conflitto sociale tra gli aristocratici proprietari terrieri e l’emergente classe borghese Ricardo si schiera dalla parte di quest’ultima. Nell’opinione di Ricardo, infatti, i proprietari terrieri percepiscono senza merito una rendita dalle loro terre che è troppo elevata. Pertanto, da un lato, questa rendita va ridotta abbassando i dazi di importazione per le mercanzie alimentari e, di conseguenza, mettendo in concorrenza i proprietari terrieri inglesi con quelli degli altri paesi europei. Dall’altro, la rendita degli aristocratici va trasferita al resto della società attraverso la tassazione.

Quindi, in controtendenza, suggerì di tassare più gli Aristocratici rispetto alla Borghesia, in quanto quest’ultima era il motore dell’Economia, la classe produttiva, mentre i proprietari terrieri erano la classe sterile, assumevano un po’ il ruolo di opportunisti che, senza merito e senza impegno, si appropriavano di una buona fetta della ricchezza prodotta dal paese. Da qui l’indicazione di Ricardo di espropriare i proprietari terrieri delle loro rendite attraverso la tassazione.
Da questo, secondo il pensiero NON Neoclassico, si evince che lo Stato e i proprietari terrieri che applicano il “pareggio di bilancio” oppure il “surplus di bilancio”, come nel caso degli Aristocratici, conducono la Borghesia nella condizione di non guadagno e che quindi l’Economia stessa non ne beneficia (conclusione comunque da valutare meglio, in quanto è più una lettura fra le righe che una vera e propria dichiarazione).

Inoltre fece un’analisi della distribuzione dei redditi molto approfondita che servì a Ricardo per formulare una teoria “pessimistica” dello sviluppo economico capitalistico. Posta come condizione allo sviluppo stesso l’esistenza di un saggio di profitto sufficientemente elevato da permettere un’adeguata accumulazione di capitale e quindi un aumento della produzione, l’economista inglese rilevò che la tendenza del saggio di profitto a diminuire (in quanto la necessità  di coltivare terre sempre meno fertili in seguito allo sviluppo demografico avrebbe determinato da una parte un aumento della rendita e dall’altra un aumento del prezzo delle derrate alimentari e quindi dei salari correnti) avrebbe frenato lo sviluppo economico.

Si evince un equazione che sarebbe alla base del pensiero Neoclassico: la condizione di uno sviluppo è l’esistenza di un profitto elevato che permetta l’accumulazione di capitale e quindi l’aumento di produzione, ossia:

PROFITTO –> RISPARMIO –> INVESTIMENTO = INCREMENTO PRODUZIONE

Cioè risparmiare oggi per investire domani. Questo nel privato, cioè in ambito aziendale, ha le sue basi fondate; del resto essendo un’equazione continua, cioè un loop che inizia dove finisce e viceversa, è valida considerandola da ogni punto di essa. Ma per i Neoclassici, e ne fa esempio l’odierna Comunità Europea, la teoria è valida anche in campo di bilancio statale:

TASSE –> RISPARMIO –> INVESTIMENTO (senza deficit) –> OCCUPAZIONE –> PROFITTO

Di tutt’altro avviso è il pensiero NON Neoclassico, secondo cui senza un investimento iniziale dello Stato non si può raggiungere un risparmio futuro.

INVESTIMENTO (con deficit) –> OCCUPAZIONE –> PROFITTO –> TASSE –> RISPARMIO

I primi sostengono che con le tasse si crea un risparmio, un surplus dello Stato che potrà poi investire per creare occupazione, quindi produzione e infine il profitto per i cittadini, che poi rientra allo Stato tramite le tasse.
I secondo sostengono che solo con l’investimento iniziale dello Stato, in deficit cioè debito pubblico, si può creare occupazione, quindi produzione e profitto per i cittadini che però solo in parte dovrà rientrare allo Stato tramite le tasse. Altrimenti l’economia si ferma.

In effetti oggi è quanto meno evidente che tassare cittadini ed imprenditori non sta aiutando l’economia dello Stato perché se gli acquirenti sono poveri crolla la domanda, e senza domanda le industrie non lavorano ed è totalmente inutile che uno Stato reinvesta in occupazione o in produzione che non serve perché nessuno acquista. Inoltre gli Stati Europei non fanno nessun surplus in quanto le tasse servono o a ripagare debito accumulato prima, o a pagare gli interessi sul debito stesso, trovandosi nella situazione di non aver nulla da investire nel mercato e nei servizi. Invece sembra essere decisamente più risolutiva l’idea che uno Stato spenda per sgravare fiscalmente le aziende e i cittadini, investendo in loro e in nuova occupazione si avrebbe un aumento del PIL e della ricchezza dei cittadini stessi, che tornerebbero ad essere in grado di spendere e quindi, tornata la domanda, si avrebbe un aumento della produzione industriale e il rilancio dell’Economia.

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